"Il Fondatore affonda sempre di più nell’immodestia scritta, orale e televisiva. Si guarda pensare allo specchio, incontra il cardinal Martini per suggerire una spiritualità severa, profonda, ma la sua, non quella del prelato di riferimento. Butta fuori a ripetizione libri ariosi e primaverili, bozze di un banale giornalismo culturale di serie B, per farseli recensire con gridolini di pensosa delizia sul suo giornale. S’incarta nelle varie «biennali della democrazia », dove i suoi scudieri neopuritani, giuristi e ideologi altrettanto vanagloriosi, gli apparecchiano un simulacro di idee e di pubblico che fa mercato, che fa soldi, che fa politica con mezzi spesso indecenti, da cinepanettone porno. Questo per la coltivazione dell’amor proprio dal basso. Intanto il suo italianista de chevet , debole in congiuntivi, lo sprona a tirare le conseguenze dei suoi ragionamenti sull’Arcinemico, a chiamare i Carabinieri e la Polizia di Stato per congelare le Camere in una bella prova di forza dall’alto. Il liberalismo del 113"( Giuliano Ferrara su il Giornale)